Cinque anni e tre mesi
La diagnosi di «ADS» o «ADHD» comprende diversi disturbi del comportamento e della percezione, che si manifestano in modi molto diversi.
Anita, cinque anni, attira l’attenzione per il suo modo di essere inquieto e scalmanato. Sia a casa che all’asilo la bambina ha difficoltà a stare seduta tranquilla, ha sempre nuove idee, ma lascia quasi tutto a metà. Si lascia distrarre in fretta e non riesce ad addentrarsi nel gioco. Quando è con altri bambini diventa spesso una «rompi». I genitori di Anita sono arrivati al punto di declinare quasi ogni invito, tanto la bambina è «scomoda».
Pietro, sei anni, è introverso e discreto. I suoi movimenti sono lenti e goffi. Fa fatica a infilarsi la maglia e i pantaloni, ad allacciarsi i bottoni o a chiudere la cerniera. Pietro incespica spesso in piccoli ostacoli. All’asilo capita che faccia cadere la torre appena impilata attirandosi ovviamente le ire dei suoi compagni. Anche lui fa fatica a concentrarsi e a dedicarsi a un compito o a un gioco. Spesso dimentica il mondo circostante, sogna ad occhi aperti e si lascia sfuggire le cose che accadono. I suoi genitori sono preoccupati e si chiedono se sarà in grado di affrontare il passaggio alle elementari a settembre.
Anita e Pietro, due bambini completamente diversi, ma con una difficoltà in comune: nel quotidiano urtano nel vero senso della parola contro tutti gli spigoli, spingendo sé stessi e chi li circonda al limite. I loro genitori hanno dubitato a lungo di sé stessi e delle loro capacità. Perché proprio i loro figli sono così diversi, non si inseriscono in nessuno «schema» e riducono la giornata – abusando della loro forza e pazienza – a un cumulo di rabbia e disperazione? Soltanto dopo aver consultato un pediatra e richiesto degli esami approfonditi hanno imparato ad accettare il comportamento dei rispettivi figli e a gestirlo nel quotidiano.
La diagnosi «ADS» (Disturbo da deficit di attenzione) riassume vari disturbi cognitivi e di concentrazione. I possibili modelli di comportamento sono l’eccessiva impulsività, il comportamento tranquillo, sognante, introverso, lento, apatico. Difficoltà di coordinazione, disturbi dell’alimentazione e del sonno, comportamento sociale difficile e marcati sbalzi d’umore emotivi sono anche comunemente noti come caratteristiche del disturbo. A volte il deficit di attenzione è accompagnato anche da agitazione fisica (iperattività), in questo caso si parla di ADHD.
Non è tuttavia detto che un bambino con questi sintomi sia effettivamente affetto da ADS. Ci sono bambini più vivaci che per natura hanno bisogno di maggior movimento e altri più tranquilli e pacifici. Alcuni sono agili e svelti, altri invece piuttosto impacciati.
Per evitare una diagnosi affrettata occorre un’analisi differenziata dei pregi e delle debolezze del bambino, abbinata a un monitoraggio delle situazioni o delle azioni in cui è sotto pressione.
Spesso le difficoltà si palesano soltanto all’asilo o a scuola, quando è richiesta un’attenzione prolungata. Sino a quel punto genitori e figli hanno magari già percorso diverse vie crucis, che avrebbero potuto evitare con un controllo precedente.
Di frequente sono soprattutto le anomalie che la società bolla come «non conformi» a monopolizzare l’attenzione, facendo dimenticare i pregi del bambino. Eppure per il bambino l’importante è proprio apprezzare e sottolineare le sue capacità, le sole che lo aiuteranno a crescere e a convivere con le sue debolezze.
I bambini che si fanno notare per il loro comportamento eccessivamente vivace o introverso dovrebbero indurre gli adulti alla riflessione: i bambini riescono ancora a orientarsi nella frenesia di tutti i giorni, hanno ancora degli spazi per ritirarsi in santa pace? L’appello è rivolto ai genitori che devono dimostrare comprensione e sostegno.
Una giornata chiaramente strutturata e una certa regolarità facilitano l’orientamento.
I rituali ricorrenti (ad esempio cantare una canzone al momento di alzarsi, ascoltare una cassetta dopo pranzo o raccontare una fiaba prima di coricarsi) e alcune chiare regole, rispettate con coerenza, infondono sicurezza e delineano una struttura.
Dare indicazioni brevi e chiare, e farsele eventualmente ripetere dal bambino.
Meglio poco che troppo – sia per l’offerta del tempo libero, i corsi, i giocattoli ecc. – perché le impressioni e gli stimoli richiedono tempo e calma per essere elaborati.
Molti genitori si preoccupano perché i loro figli sono aggressivi, tentano di disturbare il gioco degli altri oppure picchiano e mordono. Un comportamento aggressivo si manifesta anche attraverso un esagerato egocentrismo, quando cioè il bambino vuole tutto per sé, non può posticipare i propri desideri e ogniqualvolta vi viene costretto reagisce con ostinazione e stizza, fino all’escalation dello sfogo collerico. Tutto ciò non è divertente per nessuno, nemmeno per il bambino. Dover assistere alle reazioni spesso colleriche e intransigenti del proprio figlio ferisce, opprime e infonde una sensazione di impotenza ai genitori, che senza il necessario autocontrollo sarebbero tentati di agire allo stesso modo.
In caso di violenza non ripagate mai con la violenza. I ceffoni non sono in nessun caso un mezzo educativo adatto. E poi per quale motivo un bambino non dovrebbe picchiare gli altri se anche sua madre/suo padre lo fa?
Agite senza esitazioni e in modo coerente e fissate chiari limiti: chi morde viene escluso dal gioco. Successivamente parlate a quattr’occhi con vostro figlio del suo comportamento.
Mostrate a vostro figlio o vostra figlia come sfogarsi senza usare violenza. Arruffatevi assieme, fate una battaglia di cuscini. Non dimenticatevi tuttavia di fissare dei chiari limiti spiegando cosa fa male. Così facendo, vostro figlio imparerà a gestire la propria forza muscolare.
Concedete a vostro figlio molta libertà di movimento, specialmente se vivete in un appartamento piccolo, avete vicini sensibili o nelle vicinanze mancano aree di gioco all’aperto.
Lodate il comportamento corretto di vostro figlio. Un bambino che crede in sé stesso e nelle proprie possibilità non dovrà mettere alla prova il proprio ascendente sugli altri attraverso la forza e il dominio.
Ci sono bambini che non attirano l’attenzione perché si conformano senza problemi al gruppo o ai ritmi della giornata, e si sentono sicuri e protetti. Ce ne sono però altri che non si notano perché si adeguano in modo estremo, e così facendo nascondono la propria insicurezza, timidezza, paura o preoccupazione. Parlano e giocano poco o per niente con gli altri bambini, passano molto tempo da soli, chiusi in sé stessi, o troppo incollati a mamma o papà. Nelle bambine questo comportamento viene ritenuto meno «problematico» che nei maschietti, visto che per molti adulti una ragazzina tranquilla rispecchia tuttora un certo ideale femminile. Può così succedere che per molto tempo la sofferenza silenziosa del bambino non venga percepita.
Avvicinarsi ai bambini «tranquilli» e farli uscire dall’isolamento richiede molto tatto. Non ha alcun senso forzare le cose. L’importante è avere pazienza e permettere al bambino di seguire il suo ritmo. Lo stesso dicasi per il contatto con gli altri bambini.
Un bambino molto introverso avrà maggiormente bisogno dell’aiuto di una persona di riferimento adulta che intervenga nelle fasi iniziali del gioco, ad esempio tirando la palla, girando la prima tesserina del memory o iniziando a costruire il castello di sabbia con gli altri bambini. In seguito è altrettanto importante che gli adulti si ritirino, lasciando che il bambino faccia le sue esperienze e impari a gestirsi da solo.